Avete mai pensato cosa prova un detenuto in una cella di un carcere di massima sicurezza?
Io l’ho provato…ad Alcatraz.
Nella prigione che ha ospitato alcuni dei più pericolosi criminali d’America, tra cui Al Capone, l’aria che si respira è tersa di emozioni, dalla disperazione, alla rassegnazione di chi ha vissuto queste mura.
Camminando tra le celle, si sentono le voci dei detenuti raccontare la propria storia ed il rumore dei manganelli delle guardie carcerarie sulle sbarre.
Tra le cose più impressionanti, le celle di isolamento per i trasgressori del rigidissimo regolamento della prigione.
Queste celle erano le più ampie del blocco, in realtà, ma quando la porta venia chiusa, la solitudine diventava la sola compagna nella stanza vuota.
Ho ascoltato il racconto di un detenuto che, nella cella di isolamento preferiva che la luce fosse spenta. Staccava un bottone della divisa e lo lanciava per terra. Poi, mettendosi a carponi, strisciava in cerca del bottone. Passava qualche minuto prima che lo trovasse e, una volta trovato, si rialzava in piedi, lo rigettava e ricominciava a cercarlo.
Poteva andare avanti ore, sperando che il tempo passasse più in fretta…
Altri invece chiudevano gli occhi. Con costanza e dedizione, dal buio si poteva vedere una piccola luce che piano piano aumentava e alla fine si riusciva ad immaginare di vedere la televisione, le montagne, la propria famiglia…
In pochissimi sono riusciti a scappare da Alcatraz, anche se il sogno di evadere era un pensiero costante. Frank Morris e i due fratelli Ainglin, ce l’hanno fatta, scavando, in un anno, con i cucchiai della mensa, un buco nella loro cella, abbastanza grande per infilarsi e calarsi giù per la condotta di aerazione.
Quello che è certo è che i tre fuggitivi non furono mai più trovati…

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